Contaminare X innovare

La contaminazione fa bene quando significa portare in azienda quello che sta fuori, organizzando l’attività in gruppi di lavoro capaci di accelerare i processi di innovazione.

Come spesso accade, quello che accade fuori dal nostro sistema è più avanti di noi, ma valorizzarlo e trovarlo richiede un grande effort. Le aziende dovrebbero collaborare internamente, ma spesso non lo fanno. Funzionano un po’ come grandi silos che agiscono dall’alto verso il basso, dal basso verso l’alto, magari anche in parallelo, correndo il rischio di non incontrarsi mai e di fare ciascuno per conto proprio.

Contaminazione significa allora integrazione di diversi sistemi; capacità di portare ‘dentro’ ciò che al momento è sempre stato considerato come estraneo.

I benefici?

In termine di valore, si supera il problema del lavorare sempre uguali e sempre identici a se stessi.

Gli attori?

Aumenta il numero degli attori: c’è l’azienda, ci sono gli esterni, esiste un facilitatore (perché mettere diversi attori in uno stesso sistema non necessariamente produce una reazione).

Nell’insieme, otteniamo un’accelerazione del processo che, grazie al facilitatore, diventa un processo gestito.

Si crea il metodo per esplorare nuovi obiettivi (ad esempio: trovare nuovi trend; effettuare certi tipi di ricerca..).

Questa reazione magica nasce dall’apertura alla innovazione.
La contaminazione è quindi da considerare un modo per accelerare l’innovazione.

Perché fa bene? Come farlo? Quali i case history di successo?

Lo scopriamo insieme il 28 febbraio all’Innovation Coffee Break (#ICB) 2017 dal titolo :

ORIZZONTI DI INNOVAZIONE: CREATIVITA’ E CONTAMINAZIONE COME LEVA PER INNOVARE E COMPETERE

(materiali online sulla pagina G2 di iPressLive).

[ssba]

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